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(ANSA) - Rivede la luce a Saint-Oyen (Aosta), ultimo paese italiano cal confine con la Svizzera, l'erbario dei Canonici del Gran San Bernardo. L'ordine agostiniano di origine svizzera dal 1852 ha raccolto e catalogato le piante della vallata al confine tra la Valle d'Aosta e la Svizzera: 2200 classificatori di specie erbacee ma anche 200 manuali specialistici che rappresentano un esempio della biodiversità botanica delle zone montane della regione.
I Canonici, studiosi di scienze naturali, hanno raccolto, conservato attraverso la tecnica dell'essicazione e catalogato foglie, fiori e radici autoctone. La collaborazione fra enti, istituzioni e specialisti ha reso possibile, dopo un paziente lavoro di recupero, la consultazione di antichi erbari e testi botanici rari a studiosi, ricercatori e appassionati. Nei testi vengono infatti affrontati argomenti come la fitoterapia, la medicina alternativa e la cura con le erbe.
Impegnato in prima linea per il recupero il Comune di Saint-Oyen. "E' nato - sottolinea Giampiero Collé, sindaco del paese - dopo anni di paziente recupero, una sorta di laboratorio botanico dove poter imparare l'arte della classificazione delle specie erbacee, della conoscenza delle piante aromatiche e medicinali, con il supporto di esemplari ben conservati e di testi specialistici ormai considerati introvabili".
Il progetto di valorizzazione dell'erbario storico di Saint-Oyen ha beneficiato dei fondi del programma Leader della Comunità europea, che mira alla promozione dell'agricoltura locale e alla salvaguardia del territorio e delle tradizioni rurali delle singole comunità. (ANSA).
Erbario di Saint-Oyen

Una ricchezza non indifferente della biblioteca è costituita dall’erbario che raccoglie specie erbacee risalenti al XIX secolo. È stata la dovizia dei Canonici del Gran San Bernardo studiosi di scienze naturali che ha portato alla raccolta di foglie, fiori e radici autoctone della valle del Gran San Bernardo. Gli esemplari delle diverse erbe furono catalogati a partire dal 1852. Tecnica semplice quella dell’essiccamento delle specie e delle varietà erbacee, coadiuvata da una scrupolosa attività di catalogazione su supporto cartaceo indicante il nome latino, il luogo di raccolta ed il nome di colui che le ha strappate.
Antiche foglie e scritture ottocentesche sono l’erbario storico di Saint-Oyen, importante bacino storico di una passato che ci offre continuità attraverso le specie arboree immutabili ma perdibili. L’Erbario ritrovato dai Canonici di Saint-Oyen è stato accuratamente ricomposto da Paolo Désandré e restaurato dall’Amministrazione Comunale che lo ha reso disponibile e fruibile alla comunità presso le sale della Biblioteca.
L’interesse comune al ripristino dei beni storici significativi del territorio è ben comprovato dall’impegno preso dalla Comunità Montana Grand Combin nel focalizzare nell’Erbario Storico di Saint-Oyen un patrimonio meritevole di ulteriore studio finanziato con Progetti Leader dell’Unione Europea. Tale progetto afferente ai fondi Leader mira a promuovere aspetti concernenti l’agricoltura con particolare interesse per la valorizzazione e la veicolazione turistica dei prodotti afferenti all’alimentazione tradizionale dei territori e della famiglia rurale. Tale intervento definito “Table rurale” mira a recuperare e valorizzare le tradizioni gastronomiche del Gran San Bernardo donando all’Erbario Storico di Saint-Oyen la funzione inestimabile di prezioso giacimento storico essenziale all’approfondimento delle radici storiche in tema di antropologia, agricoltura e cibo.
Antico Erbario di Saint-Oyen (digitale)

Bard (AO)

Bard (AO)

Valtournenche - Cervinia (AO)

Valtournenche - Cervinia (AO)
Ayas (AO)
Rhemes-Notre-Dame (AO)

Aosta

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Cogne

Saint-Oyen (AO)

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Saint-Vincent (AO)

Saint-Vincent (AO)

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Ayas (AO)
PROSCIUTTO ALLA BRACE NATO NELLE ALPI PUNTA A IGP
(ANSA) - AOSTA, 17 GIU - Il 'Jambon a la braise' di Saint-Oyen, prosciutto stagionato tra le montagne della Valle d'Aosta, nella valle del Gran San Bernardo, e arrostito alla brace, si candida a ottenere il marchio Igp, che certifica i prodotti con indicazione geografica protetta. Il particolare metodo di lavorazione e la storia radicata nel tempo e nel territorio gli garantiscono infatti i requisiti necessari al riconoscimento comunitario. L'esito della domanda, in fase di definizione, si saprà entro la fine del 2008.
Le caratteristiche del prosciutto sono state raccolte in un disciplinare di produzione che verrà consegnato al Ministero delle politiche agricole. Nel documento viene presentata la denominazione del prodotto, la descrizione, la zona di produzione, la speciale lavorazione, con gli elementi che comprovano il legame con l'origine geografica, l'etichettatura e la commercializzazione.
"La preparazione valorizza anche altri prodotti valdostani - precisa Bruno Fegatelli, presidente della De Bosses srl, la società che produce il Jambon, oltre al famoso prosciutto crudo di Bosses - nella salamoia si usano il miele, il vino e le erbe aromatiche locali". L'ottenimento del marchio Igp per il Jambon, già riconosciuto nel 2007 prodotto agro-alimentare valdostano, ne aumenterebbe il prestigio e favorirebbe la nascita di laboratori artigianali di produzione sul territorio comunale.
"Stiamo pensando di aprire uno stabilimento a Saint-Oyen - anticipa il vicesindaco, Laurette Proment -, attraverso una sinergia tra la De Bosses e l'Associazione che promuove l'Igp, composta da amministrazione, proloco, commercianti e cittadini". A oggi la De Bosses ogni mese produce 200 prosciutti alla brace di Saint-Oyen, che vengono distribuiti al 50 per cento in Valle d'Aosta e al restante 50 in altri supermercati italiani selezionati. Nel 2007 ha chiuso con un fatturato di oltre un milione di euro, impiegando otto dipendenti. (ANSA).
Jambon alla brace di Saint-Oyen
SAINT-OYEN

STORIA
La prima menzione di Saint-Oyen è molto antica: risale addirittura al 1137, quando il conte di Savoia, Amedeo III, donò alla prepositura del Gran San Bernardo tutte le terre del cosiddetto castellum verdunense o Château Verdun, terre situate nel territorio di Saint-Oyen, che a quel tempo era ancora dipendente dalla parrocchia di Etroubles. Questo edificio (Château Verdun) era chiamato anche, a causa delle sue funzioni di dépendance e di fattoria dell'Ospizio del Gran San Bernardo, la maison de Mont-Joux de Saint-Oyen o la ferme de Château Verdun; diventò poi, col tempo, anch'esso un ospizio per i viandanti lungo la strada per il Colle.
La ferme fu arricchita negli anni successivi di nuovi terreni acquistati per esempio a Chavannes di Etroubles nel 1218, a Ruvillasc tra Etroubles e Saint-Oyen nel 1221, a Citrin nel 1222 e nel 1232, di due prati a Flassin nel 1239 (dai Signori d'Avise) e nel 1250. Tutti questi terreni furono oggetto di controversia con i signori confinanti, tra cui ricordiamo in particolare quella per il possesso dell'alpeggio di Citrin, nel XIII secolo, che fu lunga e assai complessa, condotta contro i vicini signori di Etroubles, di Bosses e di Avise.
Il territorio di questo minuscolo paese fu gestito direttamente dali Savoia, così come quelli vicini di Etroubles e di Saint-Rhémy almeno fino alla fine del XVI secolo.
Due secoli dopo, il duca di Savoia, Carlo Emanuele I, costituì nel 1584 la baronia di Gignod che comprendeva anche Saint-Oyen, oltre a due quartieri di Aosta, Saint-Etienne e Saint-Martin de Corléans, i paesi di Etroubles, Saint-Rhémy e parte di Allein e l'assegnò in feudo al suo segretario di stato e notaio ducale François de la Crête per ricompensarlo dei servizi resi, soprattutto nelle negoziazioni per il matrimonio del duca di Savoia con l'Infanta d'Austria, Caterina. La baronia fu poi trasmessa alla figlia Filiberta che andò sposa al marchese Adalberto Pallavicini il cui figlio Carlo Emanuele l'ebbe a sua volta in eredità. Costui infine la tramandò, nel XIX secolo, fino al conte Ernesto di Sambuy.
Nel 1381 avvenne un fatto assai importante per la vita delle comunità di Saint-Oyen: il conte Amedeo di Savoia emise delle lettere patenti indirizzate a Etroubles e Saint-Oyen (qui con il nome latino di Sancti Eugendi) in cui regolamentava la protezione dei boschi soprastanti gli abitati dei due paesi. In esse il conte spiegava il motivo che lo aveva spinto ad emetterle: alcune persone si erano lamentate di essere state perseguite da foresterii (cioè da guardie forestali) per aver tagliato alcune piante in una zona vietata e sostenevano anche di essersi visti sequestrare gli strumenti (scuri, ceste, ecc.) usati; lamentavano inoltre il fatto che tutto ciò (sequestro e sanzione) sarebbe stato abusivo perché avvenuto da parte di guardie istituite senza il permesso del conte, signore del luogo.
Tuttavia il conte stesso, in queste lettere riconobbe il diritto consuetudinario degli abitanti delle due comunità di gestire in prima persona il bosco: quattro probiviri avrebbero provveduto a distribuire equamente tra i soli abitanti dei due luoghi il diritto di tagliare alcune piante per il loro fabbisogno costruttivo e per il riscaldamento domestico; si sarebbero stabilite zone vietate al taglio soprattutto nei pendii sovrastanti i centri abitati, soggetti a rischio di valanghe, e si sarebbero nominate guardie con il potere di comminare delle multe (ponere banna) e di sequestrare mezzi usati e piante tagliate. Questo fatto mette bene in evidenza come la vita comunitaria fosse già saggiamente regolamentata a quei tempi.
TERRITORIO
Il comune di Saint-Oyen si stende attraverso la valle dell'Artanavaz dal Colle di Barasson, verso la Svizzera, all'alto vallone di Flassin, sul versante opposto. Il tratto di fondovalle così occupato risulta di circa 2 Km. Pur essendo dunque di ridotte dimensioni, il territorio comunale possiede una notevole varietà di quote altimetriche, ambienti ed esposizioni. Dato l'andamento da ovest a est della valle, il territorio a nord del capoluogo ha una esposizione all'adret che ha facilitato lo sfruttamento agricolo, ora orientato alla foraggicoltura. Infatti il vallone di Barasson, antica via di comunicazione con la Svizzera, assai impervio alla sua testata, si addolcisce digradando in grandi prati verdi verso il basso. Il torrente che scende attraversa il capoluogo poco a valle della Chiesa parrocchiale, in prossimità di una delle numerose e pregevoli fontane in pietra.
La foresta copre invece con regolarità il versante opposto, soprattuttp all'esterno del vallone di Flassin. All'interno del vallone, boscoso anch'esso, prati e pascoli occupano però a chiazze il versante destro fin sotto i roccioni della Gran Testa. Nessun vero villaggio sorge nel comune oltre il capoluogo, ma solo alcuni alpeggi isolati sui due versanti.
Il vasto fondovalle dalle ben preservate forme glaciali evoca con forza i dolci paesaggi delle grandi vallate turistiche "classiche" d'oltralpe: tirolo, Engadina. Ma basta salire sui sentieri attorno al paese per percepire subito la presenza dei grandi massicci valdostani: il Mont Velan, il Fallère e, salendo in quota, il Monte Bianco. Siamo in alta montagna ed anche il clima lo prova. Le precipitazioni sono abbondanti in inverno, quando la neve copre tutto il territorio di una spessa coltre bianca, che lascia il terreno soffice di umidità fino a stagione inoltrata. A questi dati naturali si è aggiunta recentemente l'installazione di rete per l'irrigazione a pioggia che copre l'intero territorio comunale.
In questo modo Saint-Oyen può ormai presentarsi, d'estate, come uno dei più verdi e fioriti comuni valdostani e, d'inverno, fra i più bianchi.
IL PAESE
Il numero degli abitanti è stabile da circa un millennio. Evidentemente la vicinanza con il capoluogo regionale favorisce il pendolarismo e contribuisce a mantenere la popolazione.
Non si deve poi scordare, quale fonte di reddito, il pubblico impiego nei servizi comunali, regionali e statali. Sono infatti presenti, oltre al municipio, la biblioteca, l'ambulatorio, un centro diurno e notturno per anziani e l'ufficio postale. Tre ristoranti ed un negozio completano la dotazione dei servizi.
L'allevamento bovino e le attività connesse garantiscono ancora il dominio storico sull'insieme del territorio, ma le attività in loco ruotano ora prevalentemente attorno al turismo sia estivo che invernale. Gli impianti di Flassin, detenuti dal Comune, sono stati smantellati ma saranno sostituiti nel 2003 da un parco giochi invernale sempre situato nella Comba di Flassin. Tale località, fra il cono prativo del Flassin e il torrente Artanavaz, si è progressivamente attrezzata come centro sportivo e turistico di buon livello.
Possiede fra l'altro due campeggi con bar-ristorante e vari impianti sportivi. Un "Foyer" per lo sci di fondo dà accesso ai vari anelli della pista intercomunale che si inoltra per una ventina di chilometri verso il vallone di Citrin.
In località Prenoud, dove è situato il campo sportivo, il campo da tennis e i campi di pétanque, si svolge, la prima domenica di agosto, la tradizionale sagra del Jambon alla brace. Si tratta di prosciutti leggermente affumicati, che vengono cotti alla brace su girarrosti giganti a dieci per volta, continuamente cosparsi di una salsa speciale a base di vino bianco e cognac con aglio, lauro, rosmarino e salvia finemente tritati. Il Jambon viene servito con fagiolino o altro contorno, in una coreografia movimentata e festosa.
DA VEDERE
Le grandi dimensioni sono paradossalmente la caratteristica del piccolo comune di Saint-Oyen. A ruoli tradizionalmente importanti sul territorio per posizione geografica ed attività economiche, corrispondono infatti grandi edifici, sovente di aspetto monumentale, per lo più in buono stato o restaurati con una certa attenzione alle consuetudini e allo stile locale.
La Parrocchia
L'imponenza delle costruzioni civili regge il confronto con la bella Chiesa parrocchiale, originariamente (XII secolo) affidata ai canonici del Gran San Bernardo e dedicata appunto a Saint Oyen, abate del VI secolo a St-Claude du Jura. La più diffusa pietra locale è un micascisto scuro del Carbonifero, ma si trovano comunemente altri tipi di pietra lasciati dai ghiacciai: conglomerati chiari, gneiss e quarziti della serie del Gran San Bernardo, così chiamata dai geologi svizzeri ed ora da tutti gli specialisti. Tali materiali si prestano piuttosto bene ad essere sovrapposti l'un l'altro nelle costruzioni, dato lo spacco abbastanza regolare e la sufficiente tenacia, anche se non è facile trovare blocchi di grandi dimensioni.
Grandi pareti di piccole pietre a vista grigio-bli e beige dominano dunque le stradine del paese, ricco altresì di archi alle porte e di altre complesse soluzioni architettoniche in pietra ed in legno.
La chiesa parrocchiale ha probabilmente origini coeve alla costituzione della parrocchia. Tuttavia non esistono documenti che ne attestino le vicende prima della sua totale ricostruzione, avvenuta nel 1820. Fu restaurata tra il 1989 e il 1990.
La parrocchia di Saint-Oyen è presumibilmente stata fondata tra il 1137, anno in cui l'ospizio di Château Verdun, donato dai Savoia ai canonici del Gran San Bernardo, è ancora citato nella parrocchia di Etroubles, e il 1176, in cui Saint-Oyen compare come parrocchia dipendente dal vescovo, nella bolla papale di Alessandro III.

La parrocchia seguirà poi gli eventi di quelle di Etroubles e Saint-Rhémy: sarà trasformata nel 1177 in parrocchia dipendente dalla prepositura del Gran San Bernardo e, nel 1752, in seguito a una controversia tra canonici del Gran San Bernardo svizzeri e italiani, anch'essa fu affidata al patronato dell'Ordine Mauriziano.
Al suo interno sono conservati arredi liturgici di notevole pregio, come il bellissimo reliquario in argento, parzialmente dorato e arricchito di cristalli incastonati. Il prezioso oggetto sacro, risalente al XVII secolo e realizzato da un artista svizzero, fu donato nel 1636 alla chiesa dal prevosto del Gran San Bernardo, Roland Viot.
Château Verdun

Chateau-Verdun, a 1350 m. d’altitudine, era una ‘casa forte’, sita in mezzo al verde, a metà strada tra Aosta ed il valico del Gran San Bernardo, sia come sosta per i viandanti e per i muli, sia come cascina per il rifornimento dell’ Ospizio stesso. Missione compiuta per nove secoli, cioè fino ai tempi moderni, nello spirito di ‘accoglienza’ che caratterizza i canonici del Gran San Bernardo.
Una visione primaverile della valle dell'Artanavaz, ampia e luminosa di prati verdi, ci suggerisce ancor oggi la grande potenzialità agricola tradizionale di questo territorio.
Se poi vi aggiungiamo la positiva variazione climatica dei secoli XI-XVI, che permetteva senza dubbio colture cerealicole ed arboree ai massimi rendimenti dell'epoca, comprendiamo la scelta di tali territori come granaio e dispensa della grande organizzazione dell'ospizio.
Infatti il complesso di Château Verdun, ancor oggi di proprietà dei Canonici del Gran San Bernardo, era un esempio eccezionale di azienda agricola in pieno Medioevo, articolata su strutture poderose che, ad un esame, ahimé, non ancora approfondito, mostrano comunque una centralità della tecnica e dell'organizzazione produttiva assolutamente insolita nell'arco di tempo in cui ha funzionato.
Aggirarsi per i vari elementi del complesso produttivo, ben preservati benché parzialmente in abbandono, stimola lo spirito e l'intelligenza su di un piano di stupita ammirazione per il lungo successo dell'opera, il suo incommensurabile valore di supporto all'attività dell'ospizio, la lungimiranza complessiva dell'azione dei canonici e spinge a cercare di ricostruire i singoli problemi tecnici e storici affrontati nel corso dei secoli, di cui non mancano tracce e suggerimenti nella bella architettura del luogo.
Il corpo centrale del complesso, una solida e imponente costruzione a pianta quadrata con la caratteristica copertura a quattro spioventi, è stato ristrutturato nel 1992 ed ospita, oltre ai canonici, i singoli ed i gruppi interessati alle giornate di riflessione e di studio e anche qualche incontro culturale e scientifico. L'edificio possiede degli arredi di notevole interesse e presenta una grande ricchezza di soluzioni architettoniche che includono vasti locali interrati con pregevoli volte a botte e a crociera.
Nell'anno 2000 è iniziata la ristrutturazione di altre parti del complesso destinate ad accogliere alcune monache benedettine di clausura. Il Monastero "Regina Pacis" è stato inaugurato il 12 ottobre 2002 ed ospita attualmente dieci monache provenienti dall'Isola di San Giulio.
Vecchia segheria
In località Prenoud, nei pressi del campo sportivo, si può visitare una vecchia segheria azionata ad
acqua ristrutturata negli anni
Sempre in questa zona troviamo un'antica segheria ad acqua recentemente ristrutturata e funzionante, su richiesta, per scopi didattici.
Parco "Gîte des chevreuils"
A monte del capoluogo l’Assessorato regionale all’Agricoltura e Foreste ha realizzato, in collaborazione con il comune, un recinto per caprioli e cervi denominato “le Gites des chevreuils”. Esso si estende su di una superficie di circa 8000 m 2 ben alberata, dotata di abbeveratoi, mangiatoie e 2 chalet in legno per il ricovero degli animali e del foraggio. Attualmente vi sono ospitati una decina di capi ed è meta di numerosi visitatori, soprattutto scolaresche.
ERBARIO
Presso la biblioteca è esposto un erbario realizzato fra il 1850 ed il 1900 dai canonici del Gran San Bernardo, tra cui i padri Delasoie e Besse. Le specie erbacee presenti sono circa 500, raccolte in tutta la Valle d'Aosta, in Svizzera ed alcune in Francia. Questo materiale è stato ritrovato durante i lavori di ristrutturazione di Château Verdun in un vecchio magazzino e completamente rimesso a nuovo.

La raccolta delle specie erbacee, giunte sino a noi, risale al XIX secolo. Alcuni Canonici del Gran San Bernardo, appassionati o studiosi di scienze naturali, iniziarono nel 1852 a raccogliere foglie, fiori e radici delle nostre vallate alpine. Gli esemplari delle diverse piante furono essiccati, disposti su supporto cartaceo, completati con le indicazioni riguardanti il nome latino, il luogo di raccolta ed il nome del “raccoglitore”. Alcuni anni or sono, questa preziosissima testimonianza è stata ritrovata dai Canonici fra le travi del tetto nella cascina in via di ristrutturazione.
Umidità, polvere, parassiti e…140 anni trascorsi hanno causato il degrado dell’erbario.
Per fortuna l’Amministrazione Regionale e l’Amministrazione Comunale, rilevandone l'elevato valore naturalistico, hanno finanziato la prima fase del recupero, ora conservato in un locale della biblioteca, messo a disposizione dal Comune.

Paolo Désandré, allora studente presso la facoltà di Scienze Forestali di Torino, con infinita pazienza e passione, ha avviato la prima fase della ricomposizione dell’erbario. Ha riportato il materiale non integro su supporto idoneo, ha ricostruito le informazioni relative ad ogni specie ed ha iniziato la catalogazione. Si potrebbero compiere degli studi interessanti partendo dalle piante contenute e dai luoghi indicati nell’erbario, tuttavia, prima di passare a questa fase, è necessario portare a termine la sistemazione su nuovo supporto cartaceo di tutte le piante ancora recuperabili, probabilmente diverse centinaia. E’ in quest’ottica che alcune parti verranno inviate, per il ripristino, in un centro specializzato di Ginevra.
Sagra del Jambon alla brace
La Sagra del Jambon alla brace nasce negli anni settanta con la presentazione e la degustazione dei prodotti della gastronomia locale.
Questa festa si svolge sempre la prima domenica di agosto e attualmente sono cotti alla brace circa ottanta prosciutti.
La cottura è molto lunga: alle sei del mattino, i cuochi accendono il fuoco per fare la brace e dal momento in cui sono disposti sul girarrosto devono passare quattro-cinque ore prima di averli ben cotti e dorati.
Durante la cottura, il prosciutto è annaffiato con un sugo a base di vino bianco, cognac e aromi naturali: basilico prezzemolo ecc. per renderlo più gustoso e dargli una bella doratura si aggiunge del miele del Gran San Bernardo.
Raggiunta la cottura giusta, i prosciutti sono sgrassati, tagliati a fette e serviti con contorno di fagiolini verdi, conditi con un sughetto appetitoso.”
Gli altri piatti che vengono serviti durante la festa sono:
spezzatino e salsicetta con polenta, formaggi valdostani, grigliata mista, patatine fritte, infine come dessert la crostata fatta in casa.
Il tutto accompagnato da vini valdostani e piemontesi.
Per l’organizzazione della Sagra, che si protrae per quattro giorni, danno la loro disponibilità circa quaranta persone.
CARNEVALE
Ogni anno in tutti i Comuni della Valle del Gran San Bernardo viene organizzato un carnevale con un corteo in cui si ritrovano i personaggi e le maschere tradizionali della Comba Freide. Ogni sfilata è tuttavia contraddistinta da elementi propri e originali.
Il corteo compie il giro dei villaggi del Comune visitando anche le persone anziane e i malati. Le maschere vengono ben accolte ovunque e il piacere di ospitarle si manifesta in ricchi spuntini offerti dalle padrone di casa.
L'origine di questa tradizione risale probabilmente ai riti pagani effettuati in occasione del ritorno della bella stagione per festeggiare il sole ed esorcizzare gli spiriti maligni e le forze avverse della natura. Nel corso dei secoli la rappresentazione si è storicizzata legandosi ad un evento che deve aver colpito la fantasia degli abitanti: il passaggio di Napoleone alla testa di 50 mila soldati. Le eleganti divise degli ufficiali hanno fortemente impressionato la popolazione e ispirato la sgargiante coreografia dei cortei carnascialeschi della valle. Pare che anche un fatto di cronaca abbia influito sulla manifestazione: un matrimonio i cui protagonisti, con alcune varianti, compaiono nelle diverse feste. Gli sposi sarebbero stati due vecchi sempliciotti; i paesani - un po' per rendere più allegra la festa, un po' per dileggio - avrebbero indossato abiti stravaganti e coloratissimi.
La "Benda" è condotta dal Porte-Bannière (portabandiera) , seguono l'Arlequin e la Demoiselle (gli sposi), il Toc e la Tocca (che qui impersonano i genitori della sposa), l'Ours e il Diavolo che tuttavia non è una presenza costante negli anni; chiude il corteo un nutrito numero di Landzettes che indossano le "redingotes", i ricchissimi costumi che traggono origine dalle divise napoleoniche.
La sfilata viene effettuata il sabato grasso.
Il Carnevale di Saint-Oyen è incentrato su di una romantica versione della leggenda del matrimonio.
Due giovani del paese volevano sposarsi, ma il giovane era talmente povero da non possedere un abito adatto alla cerimonia: in tutto il paese venne raccolta la stoffa per confezionare il vestito e ne risultò un costume allegro e variopinto; gli invitati, per non umiliare lo sposo, si cucirono abiti altrettanto colorati e sgargianti: ogni anno nel carnevale, si rivive la poesia di questo avvenimento che celebra la solidarietà tra compaesani.
Casa di Jean Antoine Pellissier

Parlando di Saint-Oyen, non si possono non citare alcuni personaggi particolari, che divennero famosi per la loro generosità, sia nel loro paese natìo, sia fuori di esso. Il primo fu il mistico Jean Antoine Pellissier. Nato nella frazione di Baugiers il 22 settembre 1715, dopo aver condotto un'infanzia da pastorello, all'età di 15 anni, in seguito alla morte del padre, si trasferì ad Aosta a lavorare come inserviente nel prestigioso collegio di Saint-Bénin. Qui, ben presto, poté dedicarsi, con straordinari risultati, agli studi teologici, che approfondì a Lione. In seguito, a Torino, divenne notaio; quindi si trasferì in Toscana, a Roma e, infine, nei pressi di Avellino, dove all'insegnamento del catechismo unì una vita rigorosamente ascetica: viveva in un eremo, cibandosi di vegetali, dormendo sulla nuda terra e infliggendosi penitenze corporali. A Napoli, nel 1764, si distinse nell'assistenza agli ammalati colpiti da un'epidemia. Si narra che alla sua morte, avvenuta il 21 ottobre 1786, seguì un tal numero di eventi miracolosi che si iniziò subito il processo per la beatificazione.
Un altro celebre personaggio di Saint-Oyen è il medico autodidatta e rabeilleur (così si chiama in dialetto locale chi sa curare le distorsioni, i nervi fuori posto e, in generale le affezioni articolari ed ossee) Pierre-Julien Proment, vissuto tra il 1792 e il 1857. Si dice che, oltre "ad aggiustare le ossa", desse efficaci consigli per curare uomini e animali. La sua fama travalicò presto i confini del suo paese: lo chiamavano da tutta la Valle del Gran San Bernardo e addirittura, nel 1856, fu chiamato a curare il vescovo André Jourdain. Tuttavia non approfittò di questa reputazione per arricchirsi: al contrario, aprì una sorta di albergo per ospitare gratuitamente poveri e ammalati.
Altri due insigni personaggi di Saint-Oyen sono stati due intellettuali con lo stesso cognome: il sacerdote Jean Mellé (1711-1789) ed il professor Jean-Oyen Mellé (1821-1896).
Jean Mellè visse soprattutto a Torino dove fu precettore del giovane Vittorio Alfieri e dove partecipò attivamente al movimento letterario dell'epoca.
Jean-Oyen Mellé fu dapprima insegnante al Collège Saint-Bénin poi, nel 1872, fondatore e direttore del Courrier de Turin. Fu anche appassionato ricercatore di storia locale: a lui si devono importanti biografie storiche di nobili valdostani e, soprattutto, un'opera fondamentale per la storia delle vie di comunicazione in Valle d'Aosta: De la viabilité dans la Vallée d'Aoste jusqu'en 1848. A lui è stata intitolata la biblioteca comunale.
Sthendal

Quale che fosse, nelle tuttora insondate oscurità della geografia sociale medievale e rinascimentale, il richiamo che attirava agguerriti gruppi di uomini, senza apparente scopo di lucro, ad occuparsi della agibilità delle grandi e piccole vie di comunicazione europee, la realtà viva, e non solo archeologica, dei nostri tempi ci conferma che esso doveva risuonare forte e chiaro ai popoli dell'epoca, presentandoci ancora possenti vestigia di tali organizzazioni.
Se l'ospizio del Gran San Bernardo, alla proibitiva quota di 2.500 mt. del valico, concentra il fascino di un'impresa caritativa durata quasi un millennio, fra apocalittiche oscillazioni climatiche e disastrosi conflitti ideologici e guerreschi, a Saint-Oyen il pellegrino già abbagliato da una tale manifestazione di potenza divina comincia a scendere sul più rassicurante terreno della razionalità. Perché è a Saint-Oyen che si costruiva, con metodo e intelligenza, la divina opera di assistenza prestata al Colle.
Come già notava infatti Stendhal (*) descrivendo la discesa in Italia del suo eroe: "enfin……vers un hameau nommé Saint-Oyen, la nature commença a devenir moins austère……..mon bonheur fût extrême…….".
(*) Stendhal, Vie de Henri Brulard. Ed. Garnier, p.399